Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 8 - 22 apr 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Calamit  

Socio-economico

Il fantasma della povertà

Prima dell'esplosione della pandemia di Coronavirus, i dati dell'economia mondiale lasciavano sperare in una lenta ma graduale uscita dalla crisi che, iniziata nel 2008, aveva colpito soprattutto Europa e Stati Uniti. E sembravano confermare la tendenza alla riduzione della povertà estrema. Oggi all'improvviso tutto sembra stravolto e una domanda tormenta molti di noi: la crescita riprenderà, ci aspetta un periodo di stagnazione o addirittura di recessione? Per guardare con speranza a un futuro denso di incertezze, particolarmente comprensibili in chi si trovi in cassa integrazione o con l'attività chiusa e ferma, è utile rivolgersi al passato storico. Michele Colucci, dell'Istituto di studi sul Mediterraneo (Ismed) del Cnr, ricorda in particolare come si uscì da uno dei periodi bui del nostro Paese: “Nella storia italiana del XX secolo, la Seconda guerra mondiale e l'immediato dopoguerra furono segnati da una pesante povertà. L'Italia conobbe un calo drammatico dei consumi alimentari e dell'assunzione giornaliera di cibo, una parte rilevante della popolazione soffrì letteralmente la fame. Ancora nel 1951 i dati raccolti dall'Inchiesta parlamentare sulla miseria rivelavano un quadro preoccupante e solo una parte della popolazione mostrava di essersi ripresa: il 7,5% aveva un tenore alimentare nullo, l'8,9% scarsissimo, l'11,5% scarso. L'11,8% delle famiglie italiane viveva in condizioni di miseria, ma questa era distribuita in modo molto diverso sul territorio: la media di famiglie in miseria era all'1,5% nel Settentrione, mentre nel Mezzogiorno saliva al 28,3%”.

Molti definiscono l'odierna lotta sanitaria al Covid-19 e le sue conseguenze economiche una vera e propria guerra, ma le differenze col periodo bellico sono tante. Le infrastrutture, l'industria, la rete dei servizi di oggi in Italia sono pronte a ripartire e non richiedono una ricostruzione, come accadde invece nel 1945 e negli anni successivi. Detto ciò, negli interventi effettuati allora potrebbero trovarsi indicazioni utili anche oggi. È indicativo che nel '45 il Consiglio dei ministri deliberò la momentanea trasformazione del Consiglio nazionale delle ricerche in "Centro di consulenza tecnica del Governo per i problemi della ricostruzione", nominando presidente Gustavo Colonnetti. Nell'acronimo Cnr, la R prese così il significato di Ricerca e Ricostruzione, a rafforzare il concetto che anche con la ricerca scientifica si realizzavano il progresso e il benessere del Paese futuro.

Ma - e in questo il paragone con il nostro prossimo futuro andrebbe valutato con cautela – quelli dell'ultimo dopoguerra furono anni di grandi movimenti ma anche di contrasti sociali e politici. “Innanzitutto si registrò una grande spinta popolare al cambiamento: dalle città alle campagne, già durante il conflitto e poi in modo crescente negli anni seguenti, la presa di coscienza dei ceti meno abbienti animò proteste e mobilitazioni, che spinsero i governi a prendere iniziative importanti”, spiega Colucci. “La riforma agraria, il piano Ina-casa, l'apertura di grandi cantieri di opere pubbliche e altre iniziative contribuirono a ridurre la disoccupazione e a gettare le basi per la successiva stagione di rilancio, evidente già alla fine degli anni Cinquanta, quella del cosiddetto boom economico. I fattori che determinarono questa ripresa furono diversi: forte coinvolgimento anche economico-finanziario del settore pubblico, aiuti internazionali, rafforzamento della scuola, della sanità e delle politiche sociali, solo per citarne alcuni”.

Oggi il finanziamento pubblico per il sostegno all'economia non sarebbe percorribile, dato l'indebitamento dello Stato italiano e i vincoli posti dall'Unione Europea. I vertici dell'Ue, di fronte a una situazione così eccezionale ed emergenziale, stanno però valutando e dibattendo piani straordinari di finanziamento, una sorta di “Piano Marshall”, per citare il celebre programma di aiuti che prese il nome dal segretario di Stato statunitense. Gli Usa finanziarono la ricostruzione di tutti i Paesi d'Europa occidentale tra il '48 e il '51 con circa 13 miliardi di dollari, di cui 1,5 andarono all'Italia. Nel giro di pochi anni l'Italia non solo uscì dalla povertà, ma divenne una protagonista dell'economia mondiale: il già citato “boom” vide il Paese, tra il 1951 e il 1963, crescere a tassi che oggi definiremmo “cinesi”, con incrementi medi del Prodotto interno lordo del 5,9% annuo e un picco dell'8,3% nel 1961. “I dati sui consumi alimentari, anche se costituiscono sempre una media e vanno considerati con equilibrio, rivelano quanto notevolmente l'Italia fosse cambiata a vent'anni dal dopoguerra” conclude Colucci. “Se nel 1946 ogni italiano consumava circa 4 kg di carne bovina a testa all'anno, nel 1966 la quantità era quintuplicata: 20 kg a testa all'anno. Un altro tra i dati più significativi è quello della mortalità infantile: 115 bambini su mille nati vivi morivano entro il primo anno di età nel 1941, nel 1961 il tasso era sceso a 40”.

Edward Bartolucci

Fonte: Michele Colucci, Istituto di studi sulle societ del Mediterraneo, tel. 081/6134086227 , email colucci@issm.cnr.it -