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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 3 - 15 feb 2012

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->L'importante è sorprendere

L'importante è sorprendere

È con la Cooperativa Teatro G. che Giulio Scarpati inizia la sua professione di attore, interpretando opere di Goldoni, Goethe e Diderot. Prosegue collezionando affermazioni e premi: il Biglietto d'Oro per 'Orfani' nel 1988; miglior attore promettente, conferitogli da Giorgio Strehler; l'Efebo d'Oro e il David di Donatello, quale miglior attore per il film 'Il giudice ragazzino'. Ma il grande successo arriva dal 1998, quando partecipa alla serie tv 'Un medico in famiglia' per Rai 1, giunta ormai alla settima edizione, dove interpreta il ruolo del dottor Lele Martini insieme con Lino Banfi. Di recente ha aperto presso il Teatro 'Le maschere' di Roma una scuola di recitazione, con la collaborazione didattica dell'attrice Silvia Luzzi e della regista Nora Venturini, sua moglie.

Quando è nata la passione per lo spettacolo?

A 12 anni, grazie a una vicina di casa, attrice di teatro, che mi ha segnalato per una parte nello spettacolo 'Passo Falso'. E da allora non ho più smesso. Dopo aver frequentato un corso di recitazione, sono entrato a far parte di una cooperativa sperimentale che si proponeva di portare il teatro in realtà decentrate o socialmente degradate: dai paesini isolati del Sud agli ospedali psichiatrici, alle carceri. Un nuovo modo di fare l'attore dove ognuno, oltre a interpretare una parte, doveva preoccuparsi anche dell'allestimento delle scene e del successivo smontaggio. Ma anche un rapporto più stretto con il pubblico, senza l'immaginaria quarta parete.

Tra teatro, cinema e televisione, quale mezzo sente più suo?

Ho sempre bisogno di tornare al teatro, anche quando faccio cinema o televisione. È il mio spazio di ricarica. Certo, se uno spettacolo sul palcoscenico non riesce bene, si vive direttamente il rifiuto del pubblico, una sensazione che manca in televisione o al cinema.

E quale spettacolo le ha permesso di entrare più in sintonia con il pubblico?

Sicuramente 'Orfani' di Lyle Kessler, per la regia di Ennio Coltorti, che ho portato sulla scena con Sergio Fantoni ed Ennio Fantastichini. Ho interpretato il ruolo difficile di un ragazzo con disturbi psichici, che non esce di casa perché soggiogato dal fratello più grande, finché non incontra un ex gangster latitante che lo aiuta a superare la situazione. Il pubblico seguiva talmente da vicino la storia del protagonista che quasi partecipava alla mia interpretazione, facendomi sentire un tutt'uno con gli spettatori.

A quale personaggio, invece, è più legato?

Per il teatro, al principe Myskin de 'L'idiota' di Dostoevskij che ho interpretato nel 2000 e a Lorenzo de' Medici in 'Lorenzaccio' di Alfred de Musset del 1996, un eroe romantico animato da un'utopia e allo stesso tempo giovane violento e solitario, incapace di trarre profitto dalle sue azioni. Per quanto riguarda invece il cinema, sono legato, dal punto di vista professionale e morale, al giudice Rosario Livatino nel film 'Il giudice ragazzino', diretto da Alessandro Di Robilant. Mentre per la televisione, a 'Don Luigi Di Liegro', miniserie tv sul fondatore della Caritas, e a 'Don Zeno'. Ovviamente, non posso non menzionare il dottor Martini in 'Un medico in famiglia', a cui devo buona parte del mio successo.

Rimaniamo con il dottor Martini. Occuparsi per tanto tempo di salute, anche se in una fiction, cosa le ha lasciato?

L'attore è un tramite terapeutico per la società. L'attore 'cura' proprio come fa il medico. Per interpretare il ruolo di Lele Martini ho seguito gli insegnamenti di un caro amico medico: dall'ascolto al contatto fisico con il paziente per visitarlo e rassicurarlo, aspetto umano a cui tengo di più. Nonostante l'esperienza pluriennale con Lele, non sono comunque in grado di dare consigli sanitari ai miei cari. Non essendo laureato in medicina farei solo danni.

Da bambino, ha mai pensato di fare il medico?

Sinceramente non avrei potuto: sono troppo ansioso. Mi piace farlo solo nella finzione.

E interpreterebbe la parte di uno scienziato?

Non ho mai vestito i panni dello scienziato, anche se Lele negli ultimi episodi della fiction faceva ricerca. Mi piacerebbe interpretare un personaggio geniale e allo stesso tempo folle come il fisico Ettore Majorana. Forse perché sin da piccolo mi affascinava risolvere problemi matematici. Un esercizio di calcolo che mi ha aiutato a imparare le parti a memoria. Un tempo riuscivo a mandare a mente un intero spettacolo, tanto che più di una volta ho salvato qualche collega suggerendogli la battuta.

Quanto conta la capacità mnemonica nella recitazione?

Al cinema devi provare al massimo due scene al giorno. I tempi risultano ben più frenetici per la televisione, dove si arriva a riprendere anche dieci scene in una giornata, con maggiori difficoltà di concentrazione e di interpretazione persino rispetto al teatro.

Nella sua scuola di 'Percorsi d'attore' cosa suggerisce ai giovani?

Di non improvvisare. All'inizio bisogna imparare alcune tecniche di base: gestire la voce, il respiro e soprattutto saper comunicare con gli spettatori. Per poi arrivare a capire se si ha talento oppure no. L'importante è saper interagire con il pubblico, sorprenderlo.

Quale futuro prevede per questo mestiere?

Il teatro, come la ricerca, non è un accessorio ma un bisogno. Come presidente del sindacato Cgil attori ho due obblighi fondamentali: difendere e aiutare chi inizia a fare questo mestiere e difendere le professionalità che per motivi economici vengono espulse a favore dei più giovani sottopagati. Nel frattempo sto riproponendo la legge quadro sullo spettacolo dal vivo (che riguarda teatro, musica e lirica con un finanziamento di 30 milioni di euro), approvata dalla Commissione cultura ma bloccata in corso d'opera.

Progetti futuri?

Sto organizzando tra febbraio e marzo, alla Casa del cinema di Roma, una serie di incontri di riflessione sul lavoro dell'attore, coinvolgendo attori, sceneggiatori e registi. Un approfondimento per addetti ai lavori e non.

Silvia Mattoni