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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 5 - 13 mar 2013
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Quando si dice recitare col fisico

Quando si dice recitare col fisico

Prima di leggere quest'intervista, è bene guardare la foto dell'intervistato: tutti lo riconosceranno come un attore capace e famoso, incluso coloro ai quali il nome, Giorgio Colangeli, potrebbe non dire immediatamente qualcosa. "Non sono un attore che la gente ferma per la strada chiedendo l'autografo, ma devo dire che spesso noto persone che, incrociandomi, si girano, si danno di gomito, parlottano tra loro", spiega. "Una scena che si ripete con maggior frequenza quando, come nei giorni scorsi, in televisione va il trailer di una fiction nella quale lavoro". Per la cronaca: si tratta di 'Trilussa. Storia d'amore e di poesia', andata in onda su Rai Uno l'11 e 12 marzo.

Ci sono almeno due buone ragioni per intervistare Colangeli sull'Almanacco della scienza: la prima è la sua bravura, la seconda è che si è laureato in Fisica. "Un percorso scelto al liceo classico, ispirato da un bravo e particolare professore di italiano, e che ho condotto con una buona media e un 108 finale, condizionato probabilmente dalla scelta di una tesi 'didattica'. Più di qualcuno si dispiacque che non proseguissi la carriera di ricercatore".

Ma intervenne il sacro fuoco dell'arte, per il quale invece non ha seguito scuole né accademie...

Sì, ho imparato i primi rudimenti da una vecchia attrice che aveva lasciato il palcoscenico per sposarsi, mentre lavoravo con la mia prima compagnia, il Torchio. Facevamo teatro per ragazzi. Ma devo dire che ricordo con grande affetto quei tempi passionali e tumultuosi, in cui l'attore era un vero operatore culturale, un portatore di idee, a volte un impositore, perché c'era molta demagogia. Un mondo che è morto con le televisioni private e che oggi subisce un altro colpo letale da Internet, che abitua a un consumo culturale estemporaneo. Peraltro, anche quelli dell'università erano tempi particolari, sia dal punto di vista tecnico-scientifico, basti pensare all'enorme computer di facoltà a schede perforate, sia da quello politico. Il capo del collettivo, con i baffoni alla Stalin, se la prendeva con un professore 'venduto' all'industria".

Beh, la diatriba tra ricerca di base e applicata non è del tutto risolta nemmeno oggi... Non crede che l'Accademia le avrebbe tolto, in spontaneità e versatilità, più di quanto le avrebbe dato in tecnica?

Forse sì, ma devo dire che la formazione attoriale si è evoluta molto, e in meglio, nel corso degli anni. E la mia carriera anomala mi ha precluso alcune esperienze importanti, per esempio non ho mai recitato un Pirandello o una tragedia greca. Certo, il recente proliferare di scuole di recitazione credo serva più a far lavorare gli insegnanti che gli studenti...

Lei invece non sembra avere problemi, vista la quantità di fiction e film in cui recita. Quanto aiuta la riconoscibilità ottenuta lavorando, per trovare altro lavoro?

Indubbiamente molto. Devo dire di avere avuto due soluzioni di continuità, da questo punto di vista: la prima quando ho cominciato a fare televisione e cinema, dopo gli esordi teatrali, anche perché soffrivo una 'crisi di identità' come attore; la seconda dopo 'L'aria salata', il film di Alessandro Angelini del 2007 di cui ero protagonista. Interpretavo un detenuto. Le telefonate, le proposte cominciarono ad aumentare esponenzialmente.

Dal punto di vista della validazione 'critica', invece, il salto è avvenuto con 'La nostra vita' di Daniele Lucchetti, per il quale sfilò a Cannes.

Sono stato anche al Festival di Venezia con '20 sigarette' ma devo dire che i francesi da questo punto di vista si prendono molto più sul serio di noi e, di conseguenza, sono presi più sul serio dagli altri. Elio Germano fu premiato ex aequo come miglior protagonista. I riconoscimenti, devo dire, mi hanno aiutato a confrontarmi con il mio ambiente di lavoro senza complessi di inferiorità: fino a un certo punto avevo avvertito come un tetto di cristallo. Ho imparato a diventare 'famoso' in età matura e comunque fatico ancora a identificarmi con l'immagine dell'attore che si ha generalmente.

Cosa pensa degli attori che, come lei, nonostante le loro capacità, non sono le 'star'?

Che sono la colonna vertebrale di questo ambiente. Sono come i medici e gli infermieri di un ospedale dove c'è un primario famosissimo, ma che i malati non vedono mai. E servirebbe un'analisi tecnico-economica per capire quanto incidano nel successo di un film o di una fiction.

Tornando alla scienza, le è mai capitato di interpretare un fisico?

Una volta, ne 'L'orizzonte degli eventi' di Daniele Vicari. Naturalmente fui molto facilitato nell'acquisire con scioltezza il linguaggio del personaggio, peraltro applicando il metodo che uso sempre: cercare nel ruolo quello che c'è, che ho già dentro di me. Valerio Mastrandea si imbarazzava, dovendo parlare di particelle elementari e neutrini temeva di non essere credibile.

E un lavoro 'scientifico' che le piacerebbe interpretare?

Una serie divulgativa, in cui spiegare al pubblico che la scienza e la tecnica sono due cose diverse e che, mentre l'approccio scientifico serve a interpretare la realtà, la seconda, spinta dal mercato, ci porta a essere dei grandi consumatori. E che il metodo scientifico non è l'affermazione della verità ma della fallibilità, che il principale elemento della ricerca è il dubbio.

Nel frattempo, che farà?

Torno in teatro, al Vascello di Roma, con 'L'arma' di Duccio Camerini, dal 30 aprile al 12 maggio.

M.F.