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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 16 - 20 nov 2013
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->L'Italia che ha paura del nuovo

L'Italia che ha paura del nuovo

Se i decenni in cui è nato e cresciuto erano quelli della 'protesta’, quello in cui attualmente viviamo lo marcherebbe con il segno della lamentela: in mezzo, a fare da spartiacque, gli anni ’80 del riflusso. È un po’ questo, in sintesi, il percorso di 'Basta piangere!’, il libro di Aldo Cazzullo edito da Mondadori che racconta le “storie di un’Italia che non si lamentava”. Il giornalista del Corriere della sera, già alla Stampa e con alle spalle numerosi saggi e un romanzo di successo ('La mia anima è ovunque tu sia’) assicura di non provare “alcuna nostalgia, anzi sono convinto che oggi si stia notevolmente meglio. Però…”.

Però abbiamo anche perso qualcosa, per esempio la fiducia nel ruolo della formazione come fattore di emancipazione sociale.

“Il cosiddetto ascensore sociale è fermo e troppi giovani sono convinti che lo status si possa solo ereditare, a causa sia di una società effettivamente familista sia dei modelli mediatici, che certo non incentivano il sacrificio come mezzo di crescita e affermazione. A farne le spese sono prima di tutto la formazione e l’istruzione, come dice Checco Zalone in un suo film: 'Studiare non serve a nulla’. Anche se nell’originale la frase è più diretta...”.

Invece non è così?

“È esattamente il contrario, i lavori meno qualificati, quelli disponibili a tutti, andranno sempre più a chi li svolge a minor costo e quindi continueranno a essere delocalizzati in altre aree del pianeta più affamate. Noi potremo affermarci solo studiando di più, facendo le cose meglio degli altri, innovando, con la tecnologia, il sapere, la ricerca”.

Un discorso che nel comparto scientifico ci troviamo a fare spesso.

“E avete ragione. Il made in Italy, per esempio, è fatto di cose belle e buone, se vogliamo difenderlo dall’italian sounding, dalle copie a prezzi stracciati, dobbiamo migliorarlo continuamente, così da renderlo inimitabile. Dobbiamo rieducare i nostri figli, lo dico anche in quanto padre”.

Nel senso?

“Che i ragazzi li viziamo ma non li educhiamo: dovremmo trattarli meglio, fornendo loro la forza morale che era dei nostri genitori e nonni, i quali seppero ricostruire l’Italia dopo la guerra, anche se fisicamente erano più deboli e morivano giovani”.

Lei lega molto l’idea di 'progresso’ al miglioramento della salute e dell’alimentazione, infatti.

“Chiariamo una cosa: oggi mangiamo meglio che in passato, siamo più sani e viviamo in un ambiente migliore. Un tempo abitavamo in mezzo alle ciminiere che emettevano fumi inquinanti senza che nessuno se ne preoccupasse, sversavamo in mare qualunque schifezza, non avevamo isole pedonali… Il progresso e la cura della natura quindi vanno di pari passo con il progresso. Invece c’è un antiscientismo, in Italia, un diffuso misoneismo, anche tra i giovani, che sono pregiudizialmente contrari alle grandi opere solo in quanto 'grandi’, avversano qualunque innovazione, le iniziative di respiro come l’Expo, si definiscono ambientalisti e sono contrari alla realizzazione di una ferrovia…”.

Non trova che l’Italia sia in generale un paese poco predisposto all’innovazione?

“Purtroppo sì. Anche gli imprenditori, per esempio, hanno cercato l’affermazione sui mercati internazionali quasi esclusivamente abbassando il costo del lavoro, anziché investire in aggiornamento. Pagare poco ed essere pagati poco è la filosofia con cui ci stiamo crogiolando nella crisi, come se dovesse 'passare la nottata’, mentre la notte non passerà da sola e l’uscita da questo stato di cose dipende da noi, dalla nostra capacità di investire e rischiare”.

Come vive la rivoluzione informatica, che tocca tutti ma soprattutto i giornalisti, sul piano personale e professionale?

“Non voglio rivendicare nessuna prelazione, ma ai tempi della frattura Berlusconi-Fini mandai i miei primi servizi via sms, prima che scoppiasse tra i giornalisti la moda di Twitter. Non sono quindi certo una persona che resiste alla Rete: mi avvilisce, però, il suo uso attuale. Il web è una piazza dove tutti parlano, qualcuno grida o insulta, ma nessuno ascolta; tutti scrivono ma nessuno legge”.

I ricercatori spesso si lamentano della 'equivalenza delle opinioni’ accentuata da Internet…

“Ma infatti! Come si possono mettere sullo stesso piano tutti i pareri, senza rispetto delle competenze? È un falso egalitarismo, lo stesso che ci porta a fare propaganda politica con lo slogan 'uno di noi in Parlamento’: ma io voglio che a rappresentarmi nelle istituzioni ci sia uno migliore di me, non come me! Così come voglio che un medico ne sappia molto più di me quando mi cura”.

A proposito di competenze scientifiche e di investimento nella formazione, cosa direbbe a un giovane per invogliarlo alla carriera del ricercatore?

“Che è un mestiere bellissimo ma soprattutto importantissimo, che un giorno potrebbe scoprire una nuova cura o far avanzare le nostre conoscenze in qualche settore, facendo del bene a tanta gente. L’importanza della scienza è la sua utilità. Altro che il lavoro del giornalista, dove il massimo che possiamo scoprire è qualche scandalo politico…”.

Marco Ferrazzoli