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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 8 - 14 mag 2014
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Roberto Cacciapaglia dall'Alphabet alla zeta

Roberto Cacciapaglia dall'Alphabet alla zeta

Roberto Cacciapaglia è uno dei più noti compositori italiani. Nato a Milano, si è diplomato al Conservatorio Giuseppe Verdi. È autore di una trentina di lavori, da 'Sonanze’ del 1974 al recente 'Alphabet’, che si distinguono per una ricerca musicale tra classicità e sperimentazione, musica sacra e rock, in una direzione al di là di confini e divisioni. In questi anni le sue composizioni sono state eseguite in spazi diversi e segnate da collaborazioni traversali, da Gianna Nannini alla Compagnia marionettistica “Carlo Colla & Figli”, Ottavia Piccolo e Franco Battiato, Elio delle Storie Tese e Derek Walcott. Percorsi che spesso hanno incrociato quelli della ricerca scientifica, portandolo a interagire con l’ospedale psichiatrico di Trieste, Rita Levi Montalcini, i malati di Sla e il Cnr di Pisa.

Partiamo dalla fine, cioè dal suo ultimo lavoro Alphabet. Perché questo titolo?

L’idea da cui sono partito è l’alfabeto qualesorgente di tutte le possibilità: le combinazioni delle lettere ci permettono di comporre qualunque parola, come i numeri nell’aritmetica. Da un punto di vista acustico e musicale questo album segna l’incontro della scrittura pianistica con i suoni armonici tanto amati da Pitagora. Ascoltandolo si può avere l’impressione che siano stati usati dei suoni elettronici, invece è un incontro tra acustica e nuova tecnologia. Abbiamo registrato con 12 microfoni al Conservatorio di Milano dov’è passata tanta storia della musica, nella Sala Verdi che ha una cassa armonica straordinaria.

La sua musica ha un forte carattere sperimentale ma rifugge dalle cacofonie ostentate di molti autori contemporanei: una scelta voluta?

Sono partito molti anni fa, nel 1975, con un lavoro in cui mettevo già insieme l’orchestra degli archi della Scala, il suono elettronico, il pianoforte… Fu il primo lavoro quadrifonico pubblicato in Italia ma voleva essere, sin dal titolo 'Sonanze’, un momento di incontro tra le dissonanze della musica colta e le assonanze della musica di comunicazione. Ancora oggi in me c’è questa combinazione: ho alle spalle studi classici, ho approfondito la musica dodecafonica, ma anche dalla musica sacra e sono figlio del rock. Anche se ammiro compositori straordinari come Stockhausen, Berio, Cage, a me interessa molto lavorare a livello armonico, sul versante del potere del suono.

Se definissimo la sua una musica comprensibile, semplice, si offenderebbe?

Io parto sempre dal silenzio, considerato come lo spazio che permette di far arrivare dei suoni a chi ascolta, di far nascere nel suono una comunione. E la semplicità è sempre un punto di arrivo, non di partenza.

Prima ha accennato al 'sacro’: lei ha lavorato spesso per la pubblicità, non è un accostamento 'blasfemo’?

Ne ho scritta con un revox sin da quando avevo 16 anni: ricordo che mi diedero 100 mila lire per il mio primo lavoro e arrotondavo così, mentre studiavo in Conservatorio. Al di là di questo, è stata comunque una palestra utilissima dal punto di vista della scrittura: nei brani pubblicitari si creano brevi miniature in cui devono esserci enunciazione, sviluppo e finale. Mi chiedono e utilizzano spesso mie musiche per spot e molte persone mi hanno scoperto proprio in questo modo. Lo trovo bello: la musica, anche quando non è soggetto di se stessa ma serve ad altro, arriva e supera tutti gli ostacoli, anche quelli della mente, che spesso costruisce dei preconcetti. Io cerco di evitare qualunque genere di gerarchie.

Nella sua attività di ricerca ha collaborato con il Cnr, come lo ricorda?

Con grandissima stima e affetto per Pietro Grossi e Tommaso Bolognesi. Del Consiglio nazionale delle ricerche ricordo i tecnici in camice bianco, i terminali audio, le pareti con i calcolatori tipo '2001 odissea nello spazio’, le prove con le fughe all’incontrario… Un momento importante da cui ho imparato molto e un rapporto bellissimo anche a livello umano, da cui sono nati due lavori: 'Sonanze’ e 'Sei note in logica’, il mio secondo album, con quattro voci e un ensemble di 16 strumenti.

Lei sembra farsi molto ispirare anche dalla natura, è un’impressione esatta?

Il lavoro del compositore consiste nel trasformare i suoni in energia e nell’integrare il lavoro interiore con lo stimolo che giunge dall’esterno e vi torna, rendendo i suoni una sorta di autostrade energetiche. Riguardo alla natura, ricordo che mia madre diceva: esistono due momenti, prima dell’alba e subito dopo il tramonto, in cui tutto si ferma, alberi, uccelli, vento… È come se il pianeta facesse una lunga inspirazione che dura tutta la giornata e poi una espirazione per la notte, una respirazione planetaria. In questi momenti la natura mi ha fatto grandi regali.

L’abbattimento delle distinzioni – classico e sperimentale, interiorità e comunicazione vale anche per la distinzione tra scienze naturali e umane - informa molto la sua produzione.

Noi ci percepiamo enormemente 'divisi’ tra interno ed esterno e l’arte primordiale e modernissima della musica può essere un ponte per ritrovare la nostra unità: pensi solo all’uso degli ultrasuoni in medicina. Anche in quest’idea l’esperienza al Cnr dove fummo quasi dei precursori fu importante.

I giovani: quanto conta o dovrebbe contare la musica nella loro formazione?

Ho aperto un’accademia nella quale abbiamo accolto ragazzi da tutta Italia, un’esperienza straordinaria. Abbiamo terminato il primo anno e ora presenteremo i risultati in varie occasioni. Viviamo un’epoca interessante, anche se difficile, dobbiamo cogliere le opportunità che ci offre, non dobbiamo fermarci e dare un supporto ai giovani è un ottimo sistema.

Marco Ferrazzoli